Via Quirico Rossi 22/E - Lonigo - Vicenza (Italia)
+39 380 590 4731
giulio.vanzan@gmail.com

La Fede

La Fede

 

LA FEDE

Certo, per vivere ci vuole fede.

Ma cosa é la fede? E dove la trovo?

Beh, io l’ho capito il giorno 7 di settembre del 2005.

L’accampamento sem terra dove mi trovavo da giorni stava andando a fuoco, le baracche di paglia all’una di pomeriggio nello stato piú caldo del Brasile stavano sprigionando fiamme altissime, per me sembravano alte come palazzi (trenta, quaranta, cento metri…nella mia immaginazione sicuramente piú alte della torre eiffel), grida, panico, gente che corre, armi da taglio che spuntano da ovunque, machete in mano alla gente, bambini che cercano i genitori, vecchi intossicati dal fumo… un attentato cavolo!

Scappo in mezzo alle fiamme, nel piú grande calore mai sentito, mi bruciacchio vestiti, peli e qualche pezzo di pelle, sono scalzo, ma stranamente calmo, lucido, come se stessi giocando ad un video-game e col joystick guidassi i miei passi.

Arrivo lontano dalle fiamme, sulla strada principale, guardo questa scena da Apocalypse Now: le fiamme alla mia destra, e ventate di calore indicibili, la gente che corre di fronte a me, e alla mia sinistra la savana senza fine.

Guardo il cielo: il blu si confonde con il rosso ed il nero delle fiamme, tutto si muove, come in un dipinto, ne rimango affascinato: ricordo perfettamente la bellezza di quella scena estrema, il rumore della fiamme (fragoroso boato a dire il vero), le grida delle persone, le nuvole di insetti che scappano volando da sotto la terra in fiamme, col loro tipico rumore sibilante, ecco, tutto assieme mi sembrava all’improvviso sublime, ordinato in una armonia senza tempo: la morte e la vita, nel chaos, che danzavano insieme e avevano davvero qualcosa da dirsi.

In questa visione, da solo, nel centro del mondo e della sua fine, parlai con Dio e gli dissi: “Senti, io non so bene se ci sei o meno, ma se ci sei sarebbe davvero il caso di farti vivo, perché sono abbastanza nei guai!”

In quel preciso istante sentii una profonda pace nel cuore, una grande serenitá, ed un sorriso sibillino uscire dalle mie labbra e pensai: “allora sei uno di noi…ti piace sto gioco Boss…allora giochiamo e divertiamoci!”.

Era una sensazione dolce e caotica tutta assieme, come quella di quando ascolti i Velvet Underground in vinile sul tuo stereo di casa e sotto al casino delle chitarre senti quella quiete rassicurante che sa dove ti sta portando, e ti dice, ammiccando: “ehi, lasciati andare, che ti porto io in un bel posto…” e se ci stai te la godi davvero…

Ecco…l’esperienza di Dio per me é sempre stata cosí: stavamo sempre giocando assieme e ci siamo davvero divertiti sempre, anche nei momenti piú duri mi ha sempre strizzato l’occhio ed iniziato a suonare la sua musica. Se mi fermavo ad ascoltarla e a sentirne l’armonia al di lá del delirio (perché la vita é un delirio scritto da un folle…) ci ho sempre trovato totale bellezza e tanto piacere.

Ecco non so cosa abbia a che fare il buon Dio con Lou Reed, o Lou Reed con Dio, ma di sicuro hanno qualcosa in comune: ti accompagnano come solo loro sanno fare…Ma quello di sopra ha piú trucchi.

Forse perché Dio, l’Amore, l’Arte, in fondo sono un’esperienza, il resto sono solo parole inutili, strane congetture, giochi intelletuali, passioni per il potere e per il controllo che ci inebriano di dubbi e domande e di poche risposte. Peró alla fine quello che conta, lo sappiamo, é la veritá, che tra l’altro, ci rende liberi.

Ah…giusto: cosa ci facevo in quel posto in mezzo alla savana brasiliana a ventidue anni? È una bellissima domanda e ogni tanto me lo chiedo ancora anche io.

Ero stato invitato a visitare questo movimento “rivoluzionario” di contadini senza terra che combatteva per rivendicare la propria sopravvivenza, cosí mi recai nel mezzo del nulla, con uno zaino e poco altro a vivere con i poveri, poveri peró ricchissimi di dignitá.

Ma la risposta vera é che volevo attraversare la “linea d’ombra” che mi separava dalla gente, dai poveri, dai popoli: ero sempre un ragazzo europeo, di buona formazione che voleva aiutare la gente, ma per essere e per amare, devi diventare una cosa sola.

Il guerrigliero Che Guevara diceva che per amare bisogna condividere il rischio. Insomma, é come se in quell’incendio qualcosa di me si fosse fuso con l’umanitá, e fossimo diventati una cosa sola, non piú divisi da lingue, passaporti, culture e condizioni economiche, ma uniti dalla volontá di essere.

La fede venne da me, di solito succede cosí: le cose importanti, le cose grandiose vengono da noi, non le conquistiamo noi, anche se dobbiamo lasciare lo spazio aperto perché possano arrivare.

Venne la fede nell’uomo, nella solidarietá negli uomini, nella lotta per la diginitá, la fede per la vita e soprattutto in una forza invisibile che sapeva quello che stava facendo.

La mia vita era cambiata, cosí come il mio viaggio, questo viaggio iniziatico nel fuoco, che portava con sé vita e morte allo stesso tempo, che si mescolavano nel cielo in colori e forme che volavano assieme.

Un pick-up passó e qualcuno gridó: “vamos, vamos, vamos…” e arrivai in qualche modo a Teresina, la capitale del Piaúi. La polizia mi minacció di morte almeno tre volte perché, avendo bruciato il passaporto ero clandestino, agitatore del popolo e pure rompi scatole.

Brutta faccenda quella di essere clandestino in un paese straniero, ma che esperienza meravigliosa sentirsi di appartenere alla Terra, come suo figlio e sentirmi preso cura da una forza che va oltre le didascalie dei passaporti. Io appartengo perché sono, quindi liberamente vado dove il cuore chiama.

E cosí arrivai in qualche modo a Recife, dove ebbi modo di risolvere le burocrazie con il consolato italiano, vissi tra movimenti sociali, tra vescovi missionari, indigeni della foresta, comunitá focolarine, rane giganti, ballerine e non ricordo piú cosa.

Furono cinque settimane, quasi un mese e mezzo, in cui la fede disse: “Giulio, sei cosa mia”. Signor sí signora, e cosí sia.

Nonostante i miei arditi sforzi, non mi ha mai abbandonato. Ti ringrazio.

Vi é mai capitato di essere arrabbiati? Dico davvero incazzati? Ecco, bene, questa é la cosa migliore che vi possa succedere.

Urlate, scazzottate con voi stessi, agitatevi, correte, ascoltate il rock&roll, siate rock&roll.

Smettiamola di essere moderati di fronte la vita, perché l’anima ha bisogno di bruciare e bruciare di passione.

E quando vi trovate di fronte a quel cavolo di vuoto, correte, correte piú forte e gridate…muovetevi, muovetevi fino a sfinirvi, e non mollate mai, non mollate mai, non mollate mai, fino ad arrendervi alla vita.

La fede é un grido che squarcia il vuoto, non la vincerete mai se non urlate. Alzate la voce e dite la vostra, che in un mondo di muti chi grida ha giá fatto una rivoluzione.

E se avete pure qualcosa da dire, allora fate anche gli artisti, i profeti e i poeti.

E mentre vi celebrano, voi correte nel vuoto, unico rifugio di chi vive, scordatevi i ruoli, scordatevi chi siete e correte, non smettete mai di essere, perché chi ha smesso di correre ha abdicato al sacro, ha abortito sé stesso piú e piú volte.

Non ascoltate le voci di chi vi parla, non ascoltate proprio niente e nessuno, sanguinate vita, azzannate la fame del cuore, scuotete le viscere con veritá, e siate, per l’amor di Dio, senza pensare. Ecco, la fede, quella vera sta li, mentre provano ad uccidervi, e capiterá, eccome se capiterá, e voi correte e andate nel cuore di quello che é impossibile a tutti. Essere o non essere, é davvero questo il problema…ci vuole tanto di quel fegato a dire di sí…allora stringete i pugni e non pensate piú, che l’anima é un fuoco ardente che brucia tutto, che vi brucia, vi consuma e non siete piú voi, siete semplicemente tutto, e tutto siete voi.

Ed in una notte da solo, tra gli indigeni che mi hanno ospitato, clandestino, esule, solo, senza nulla, senza soldi, senza patria, senza terra, ho lanciato una freccia ed ho gridato a Dio che io ci sono, e cosí ho bucato il cielo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *