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La Strada

La Strada

 

 

LA STRADA

È la strada che chiama perché nella strada sono cresciuto.

Ho cercato altri spazi, ma il cemento e la terra mi hanno fatto da padre e madre. Esco una sera ed incontro Massimo, compagno di scuola da bambino. Ce le siamo date di santa ragione spesso, e menato con quella complicità che solo i ragazzini sanno mostrare alzando le mani.

Erano vent’anni che non lo vedevo e mi scorge mentre passeggio al buio con le cuffie nelle orecchie ascoltando la musica che viene da oltre l’oceano.

“Tu! Fermati subito! Vieni qua!” Ubbidii senza pensare, e vidi lo sguardo di un uomo duro, indurito e incattivito da anni di alcool, droghe, e risse da bar.

Volevo bene ai quegli occhi, li riconoscevo sapevo che venivano da dove venivo io.

“Sei diventato uno scrittore…” mi disse senza nemmeno salutarmi.

“Scrivo e racconto storie Massimo”, non avevamo bisogno di convenevoli. Sapevamo già tutto.

“Ho bisogno di te: devo scrivere la mia storia, quella dei dannati della terra”

“La tua la racconto, Massimo, la mia no”

“Tu lo sai chi sei? Lo sai che non sei nulla vero?!”

“Danzo tra nulla e tutto, Massimo”

“Tu sei scappato mentre noi morivamo e siamo andati all’inferno. Io ti stimo, sei diventato un grande. Non sei intelligente come me…ma sei un grande”

“Non ambisco alla tua intelligenza”, rido e rispondo.

La strada sa sempre riconoscere le persone: non può mai mentire a se stessa.

“Viviamo nel vuoto, ed io ho avuto un’illuminazione un giorno”

“Ti vedo Massimo, lo so.”

“Perché non scrivi la tua storia?”

“Non ha un inizio e una fine”

“Nessuna storia lo ha perché tutto parla di te”

Mi porta al bar.

“Non avere paura Giulio e fidati, se sai di non essere nulla non puoi temere”

Si fionda dentro e va diretto a pisciare.

Il barista mi chiama: “Non possiamo dare da bere a Massimo, lo sai che sennò finisce in un casino”

“Non ti preoccupare”, gli dico “siamo dei poeti…” Ride il barista, ma non sa che dalla strada sono nati i frutti della verità

“Giulio guardami negli occhi: tu sei uno scrittore e devi continuare a scrivere. Fallo per noi, per tuo padre che si ubriacava, per Paolo che é morto, per tutti quelli che non hanno avuto la forza e con i quali sei cresciuto”

Il cemento della nostra scorza mi chiamava alla responsabilità. Rimango zitto e lo guardo.

“Se non scrivi ti vengo a prendere a casa, capito. Non sei nulla come non siamo nulla noi, ma tu devi scrivere. Lo sai chi sei vero Giulio? Sei il nulla.”

“Sí, Massimo, e ti voglio bene”

“Abbracciami…E scrivi la storia che non c’é”.

Riprendo la strada fuori dal bar. Le voci si confondono: c’é chi ride e chi bestemmia, chi fa finta di essere quello che non é, chi fa il fighetto con la fighetta di turno, mostrando l’uomo che non é, c’é chi é seduto e beve, c’é infine chi é venuto da quel posto e si riconosce. Siamo solo in due e dopo vent’anni ci allontaniamo di nuovo.

Ci siamo detti tutto guardandoci negli occhi. Le cicatrici non te le toglie nessuno. La dignità nemmeno. Abbiamo delle storie da raccontare, per chi la strada non l’ha mai intrapresa.

Siamo figli di un viaggio, e non possiamo che essere itineranti, viandanti, con il senso che hanno le persone che si muovono: portano messaggi, raccontano di vita, hanno visto la morte in faccia. Non sono innocenti, ma ingenui sí, perché hanno imparato a credere ai miracoli. Ci siamo lasciati con un “Ti voglio bene” e lí c’erano tutte le risse, le botte, le cadute, gli sbagli, le risate, la strafottenza, la voglia di vivere nonostante tutto. E non può che essere così, perché se ti etichettano come dannato e marginale, puoi solo diventare un angelo.

Mi arriva un messaggio: “Potevi morire di droghe o diventare un artista. Hai scelto, ma zingaro lo sarai sempre”.

Lo prendo come un complimento, alla fine noi non abbiamo mai smesso di sognare, e i piedi che camminano li abbiamo sempre tenuti per terra.

Ti voglio bene gente mia e so che da qualche parte, tra il cemento e il letame, me ne hai voluto sempre anche tu.

Mi hai insegnato a non arrendermi mai e ad essere fedele: a me stesso e a chi mi dona di sé. Sei la maestra vera, quella dura che parla con amore, con il pugno, il pugnale e la rosa e mi hai insegnato cos’é l’amore. Solo la tua durezza mi ha insegnato a sciogliermi perchè la forza l’ho portata dentro senza il bisogno di dimostrare più nulla.

C’é poco romanticismo in quest’amore, ma tanta dolcezza per chi ha rotto la crosta amara e ha avuto il coraggio di bere il succo che ci stava dentro.

Una risposta.

  1. Annalisa ha detto:

    Bella storia Giulio

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